VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

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PRIMA LETTURA (Lv 13,1-2.45-46)
Il lebbroso se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento.
Dal libro del Levìtico

  

SECONDA LETTURA (1Cor 10,31-11,1) 
Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

 

VANGELO (Mc 1,40-45) 
La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.


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Carissimi,

la versione valtortiana del Vangelo di domenica prossima è talmente bella non abbisogna di nessun commento.

 Maria Valtorta: L’Evangelo come mi è stato rivelato. [63.1-5] – Ed. CEV
 

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1Con una precisione da fotografia perfetta ho davanti alla vista spirituale, da stamane prima ancor che fosse l’alba, un povero lebbroso.
Questo è veramente un rudere di uomo. Non saprei dire che età ha, tanto è devastato dal male. Scheletrito, seminudo, mo­stra il suo corpo ridotto allo stato di una mummia corrosa, dal­le mani e dai piedi contorti e mancanti di parti, di modo che quelle povere estremità non paiono neppur più di uomo. Le mani, artigliate e contorte, hanno della zampa di qualche mo­stro alato, i piedi paiono quasi zoccoli di bove, tanto sono moz­zi e sfigurati.
La testa poi!… Io credo che uno rimasto insepolto, e che di­venga mummificato dal sole e dal vento, sia simile nel capo a questo capo. Pochi superstiti ciuffetti di capelli, sparsi qua e là, appiccicati alla cute giallastra e crostosa come per polvere seccata su un teschio, occhi appena socchiusi e incavatissimi, labbra e naso sbocconcellati dal male mostrano già le cartila­gini e le gengive, le orecchie sono due embrionali ruderi di pa­diglione, e su tutto è stesa una pelle incartapecorita, gialla co­me certi caolini, sotto la quale bucano le ossa. Pare abbia uffi­cio di tenere radunate queste povere ossa entro il suo lurido sacco, tutto frinzelli di cicatrici o lacerazioni di piaghe putri­de. Una rovina !
Penso proprio ad una Morte che sia vagante per la Terra e ricoperta da una pelle incartapecorita sullo scheletro, avvolta in un lurido manto tutto a brandelli, e avente in mano non la falce, ma un nodoso bastone, certo strappato a qualche albero.
È sulla soglia di una spelonca fuori mano, una vera spelon­ca, tanto diruta che non posso dire se in origine era un sepol­cro, o un capanno per boscaioli, o l’avanzo di qualche casa di­strutta. Guarda verso la via, lontana un cento e più metri dal suo antro, una via maestra polverosa e ancora piena di sole. Nessuno è sulla via. A perdita d’occhio, sole, polvere e solitu­dine sulla via. Molto più su, a nord-ovest, vi deve essere un paese o città. Vedo le prime case. Sarà lontana almeno un chi­lometro.
Il lebbroso guarda e sospira. Poi prende una ciotola sboc­concellata e la riempie ad un rigagnolo. Beve. Si addentra in un groviglio di rovi, dietro all’antro, si curva, strappa al suolo dei radicchi selvatici. Torna al rigagnolo, li monda dalla polve­re più grossa con l’acqua scarsa del rio e se li mangia piano, portandoli a fatica alla bocca con le mani rovinate. Devono es­ser duri come stecchi. Stenta a masticarli e molti li sputa senza poterli inghiottire, nonostante cerchi di aiutarsi bevendo sorsi d’acqua.
2«Dove sei, Abele?», grida una voce.
Il lebbroso si scuote, ha un che sulle labbra che potrebbe es­sere un sorriso. Ma sono così mal ridotte quelle labbra che è informe anche questa larva di sorriso. Risponde con una voce strana, stridula (mi fa pensare al grido di certi pennuti di cui ignoro l’esatto nome): «Qui sono! Non credevo più che tu ve­nissi. Pensavo ti fosse accaduto del male, ero triste… Se mi manchi anche tu, che resta al povero Abele?». Nel dire così, cammina verso la via, finché può secondo la Legge, si vede, perché a mezza distanza si ferma.
Sulla via viene avanti un uomo che quasi corre, tanto va le­sto.
«Ma sei proprio tu, Samuele? Oh! se non sei tu che attendo, chiunque tu sia, non farmi del male!».
«Sono io, Abele, proprio io. E sano. Guarda come corro. So­no in ritardo, lo so. E ne avevo pena per te. Ma quando sa­prai… oh! tu sarai felice. E qui ho non solo i soliti tozzi di pa­ne. Ma una intera pagnotta fresca e buona, tutta per te, e ho anche del buon pesce e un formaggio. Tutto per te. Voglio tu faccia festa, mio povero amico, per prepararti alla festa più grande».
«Ma come sei tanto ricco? Io non capisco…».
«Ora ti dirò».
«E sano. Non sembri più tu!».
3«Senti, dunque. Ho saputo che a Cafarnao era quel Rabbi che è santo, e sono andato…».
«Fermati, fermati! Sono infetto».
«Oh! non importa! Non ho più paura di niente». L’uomo, che non è altro che il povero rattratto guarito e beneficato da Gesù nell’orto della suocera di Pietro, è infatti giunto col suo passo veloce a pochi passi dal lebbroso. Ha parlato camminan­do e ridendo felice. (Segue nel riquadro qui a fianco)
 
Buona lettura e meditazione.
La Pace sia con voi.
Giovanna
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)ultima modifica: 2012-02-10T06:26:00+01:00da dio_amore
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