Mercoledì santo

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Carissimi,
 

eccomi ora a riflettere con voi su questo faticosissimo Mercoledì Santo. Essendo veramente troppo lungo, mi limito a riportarvi il brano del maggiore dei Comandamenti e poi vi invito a leggere il tutto NEL RIQUADRO DELLA SETTIMANA SANTA.  

 

Maria Valtorta – L’evangelo come mi è stato rivelato – vol. IX – cap. 596. – ed. CEV

 

2 aprile 1947.

 

Gesù entra nel Tempio ancor più affollato che nei giorni precedenti. È tutto bianco oggi, nella sua veste di lino. È una giornata afosa. Va ad adorare nell’atrio degli Israeliti e poi va ai portici, se­guito da un codazzo di gente, mentre altra ha già preso le mi­gliori posizioni sotto i porticati, e la maggioranza sono gentili che, non potendo andare oltre il primo cortile, oltre il portico dei Pagani, hanno approfittato del fatto che gli ebrei hanno se­guito il Cristo per prendere posizioni di favore.

Ma un gruppo ben numeroso di farisei li scompagina: sono sempre arroganti ad un modo, e si fanno largo con prepotenza per accostarsi a Gesù curvo su di un malato. Attendono che lo abbia guarito, poi gli mandano vicino uno scriba perché lo in­terroghi. Veramente fra loro c’era stata prima una breve disputa, per­ché Gioele detto Alamot voleva andare lui ad interrogare il Maestro. Ma un fariseo si oppone e gli altri lo sostengono di­cendo:

«No. Ci è noto che tu parteggi per il Rabbi, benché tu lo faccia segretamente. Lascia andare Uria».

«Uria no», dice un altro giovane scriba che non conosco af­fatto. «Uria è troppo aspro nel suo parlare. Ecciterebbe la fol­la. Vado io».

E, senza ascoltare più le proteste degli altri, va vicino al Maestro proprio nel momento che Gesù congeda il malato di­cendogli: «Abbi fede. Sei guarito. La febbre e il dolore non torneranno mai più».

«Maestro, quale è il maggiore dei comandamenti della Leg­ge?».

Gesù, che lo aveva alle spalle, si volta e lo guarda. Una luce tenue di sorriso gli illumina il volto, e poi alza il capo, essendo a capo chino perché lo scriba è di bassa statura e per di più sta curvo in atto di ossequio, e gira lo sguardo sulla folla, lo ap­punta sul gruppo dei farisei e dottori e scorge il viso pallido di Gioele seminascosto dietro un grosso e impaludato fariseo. Il suo sorriso si accentua. È come una luce che vada a carezzare lo scriba onesto. Poi riabbassa il capo guardando il suo interlocutore e gli ri­sponde:

 

«Il primo di tutti i comandamenti è: “Ascolta, o Israele: il Signore Dio nostro è l’unico Signore. Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze”. Questo è il primo e supremo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non vi sono comandamenti maggiori di questi. Essi rinchiudono tutta la Legge e i Profeti».

 

«Maestro, Tu hai risposto con sapienza e con verità. Così è. Dio è Unico e non vi è altro dio fuori che Lui. Amarlo con tutto il proprio cuore, con tutta la propria intelligenza, con tutta l’anima e tutte le forze, e amare il prossimo come se stesso, vale molto più di ogni olocausto e sacrificio. Molto lo penso quando medito le parole davidiche: “A Te non piacciono gli olocausti; il sacrificio a Dio è lo spirito compunto”».

«Tu non sei lontano dal Regno di Dio, perché hai compreso quale sia l’olocausto che è gradito a Dio».

«Ma quale è l’olocausto maggiormente perfetto?», chiede svelto, a bassa voce, lo scriba, come se dicesse un segreto.

Gesù raggia d’amore lasciando cadere questa perla nel cuo­re di costui che si apre alla sua dottrina, alla dottrina del Re­gno di Dio, e dice, curvo su lui:

«L’olocausto perfetto è amare come noi stessi coloro che ci perseguitano e non avere rancori. Chi fa questo possederà la pace. È detto: i mansueti possede­ranno la terra e godranno dell’abbondanza della pace. In ve­rità ti dico che colui che sa amare i suoi nemici raggiunge la perfezione e possiede Dio».

Lo scriba lo saluta con deferenza e se ne torna al suo gruppo, che lo rimprovera sottovoce di aver lodato il Maestro, e con ira gli dicono:

«Che gli hai chiesto in segreto? Sei anche tu, forse, sedotto da Lui?».

«Ho sentito lo Spirito di Dio parlare sulle sue labbra».

«Sei uno stolto. Lo credi forse tu il Cristo?».

«Lo credo».

«In verità fra poco vedremo vuote le nostre scuole dei nostri scribi ed essi andar raminghi dietro quell’Uomo! Ma dove ve­di, in Lui, il Cristo?».

«Dove non so. So che sento che è Lui».

«Pazzo!», gli voltano inquieti le spalle.

Gesù ha osservato il dialogo e, quando i farisei gli passano davanti in gruppo serrato per andarsene inquieti, li chiama di­cendo:

«Ascoltatemi. Voglio chiedervi una cosa. Secondo voi, che ve ne pare del Cristo? Di chi è figlio?».

«Sarà figlio di Davide», gli rispondono marcando il “sarà”, perché vogliono fargli capire che, per loro, Egli non è il Cristo.

«E come dunque Davide, ispirato da Dio, lo chiama “Signore” dicendo:

“Il Signore ha detto al mio Signore: ‘Siedi alla mia destra fino a che non avrò messo i tuoi nemici a sgabello ai tuoi piedi”‘? [1]

Se dunque Davide chiama il Cristo “Signore”, co­me il Cristo può essergli figlio?».

Non sapendo cosa rispondergli, si allontanano ruminando il loro veleno. Gesù si sposta dal luogo dove era, tutto invaso dal sole, per andare più oltre, dove sono le bocche del tesoro, presso la sala del gazofilacio. Questo lato, ancora in ombra, è occupato da rabbi che concionano con grandi gesti rivolti ai loro ascoltato­ri ebrei, che aumentano sempre più come, col passar delle ore, aumenta di continuo la gente che affluisce al Tempio. I rabbi si sforzano di demolire coi loro discorsi gli insegna­menti che il Cristo ha dato nei giorni precedenti o quella stessa mattina. E sempre più alzano la voce più vedono aumentare la folla dei fedeli. Il luogo, infatti, benché vasto tanto, formicola di persone che vanno e vengono in ogni senso…

 

La pace sia con voi.

Giovanna

Mercoledì santoultima modifica: 2011-04-20T05:52:04+02:00da dio_amore
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