VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

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PRIMA LETTURA

 Ama il tuo prossimo come te stesso.

Dal libro del Levìtico

19, 1-2.17-18

 

 SECONDA LETTURA

 Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 3, 16-23

 VANGELO

 Amate i vostri nemici.

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 38-48

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

Carissimi,

come avrete notato il Vangelo di Matteo  della prossima domenica fa ancora parte del lunghissimo Discorso della Montagna ed il relativo testo valtortiano è già stato riportato domenica scorsa. Trascriverò quindi oggi un altro punto molto interessante che riguarda tutta la catechesi sul giuramento.  Metterò qui di seguito (come al solito) solo il cuore del discorso, mentre il tutto lo troverete nel riquadro qui a lato.  Buona lettura e meditazione.

La pace sia con voi.

Giovanna

 

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 Maria Valtorta, L’Evangelo come mi è stato rivelato, cap.

172. Quarto discorso della Montagna: il giuramento – ed. CEV

26 maggio 1945.

 

Continua il discorso sulla Montagna. Lo stesso luogo e la stessa ora. La folla, meno il romano, è la stessa, forse ancora più numerosa perché molti sono fin sull’inizio dei sentieri che conducono alla valletta.

Gesù parla: «Uno degli errori facili nell’uomo è la mancanza di onestà anche verso se stesso. E dato che l’uomo è difficilmente since­ro e onesto, ecco che da se stesso si è creato un morso per esse­re obbligato ad andare per la via che ha detto. Morso che, del resto, egli, come cavallo indomito, presto si sposta modifican­do a suo piacere l’andare, o si leva del tutto facendo il suo co­modo senza più riflessione a ciò che può ricevere di rimprove­ro da Dio, dagli uomini e dalla sua propria coscienza. Questo morso è il giuramento. Ma non è necessario il giuramento fra gli onesti, e Dio, di suo, non ve lo ha insegnato. Anzi vi ha fat­to dire: “Non dire falso testimonio” senza altra aggiunta. Per­ché l’uomo dovrebbe essere schietto senza bisogno di altro che della fedeltà alla sua parola. Quando nel Deuteronomio si parla dei voti, anche dei voti che sono una cosa sorta da un cuore che si pensa fuso a Dio o per sentimento di bisogno o per sentimento di riconoscenza, è detto: “La parola uscita una volta dalle tue labbra la devi mantenere, facendo quanto hai promesso al Signore Iddio tuo, quanto di tua volontà e di tua bocca hai detto”.

Sempre si parla di parola data, senza altro che la parola. Colui che sente il bisogno di giurare è perché è già insicu­ro di se stesso e del concetto del prossimo a suo riguardo. E chi fa giurare testifica con quell’esigenza che diffida della sin­cerità e onestà del giurante. Come vedete, questa abitudine del giuramento è una conseguenza della disonestà morale del­l’uomo. Ed è una vergogna per l’uomo. Doppia vergogna, per­ché l’uomo non è fedele neppure a questa cosa vergognosa che è il giuramento e irridendosi di Dio, con la stessa facilità con cui si irride del prossimo, giunge a spergiurare con la massi­ma facilità e tranquillità.

Vi può essere creatura più abbietta dello spergiuro? Co­stui, usando sovente una formola sacra, e chiamando perciò a suo complice e mallevadore Iddio, o usando l’invocazione degli affetti più cari – il padre, la madre, la moglie, i figli, i suoi morti, la sua stessa vita e i suoi organi più preziosi, invocati ad appoggio del suo bugiardo dire – induce il suo prossimo a credergli. Lo conduce perciò in inganno.

E’ un sacrilego, un ladro, un traditore, un omicida. Di chi? Ma di Dio, perché me­scola la Verità all’infamia della sua menzogna e lo sbeffeggia sfidandolo: “Colpiscimi, smentiscimi, se puoi. Tu sei là, io son qua e me ne rido – Oh! sì! Ridete, ridete pure, o mentitori e beffeggiatori! Ma vi sarà un momento che non riderete, e sarà quando Colui a cui ogni potere è deferito vi apparirà terribile nella sua mae­stà e solo col suo aspetto vi farà atterriti e solo coi suoi sguar­di vi fulminerà, prima, prima ancora che la sua voce vi preci­piti nel vostro destino eterno marcandovi della sua maledizione.

E’ un ladro perché si appropria di una stima che non meri­ta. Il prossimo, scosso dal suo giurare, gliela dona, e il serpen­te se ne orna fingendosi ciò che non è.

E’ un traditore perché col giuramento promette cose che non vuole mantenere. E’ un omicida perché, o uccide l’onore di un suo simile levandogli col falso giuramento la stima del prossimo, o uccide la sua ani­ma, perché lo spergiuro è un abbietto peccatore agli occhi di Dio, i quali, anche se nessun altro vede la verità, la vedono. Dio non si inganna né con false parole, né con ipocrite azioni. Egli vede. Non perde per un attimo di vista ogni singolo uo­mo. E non vi è munita fortezza, né profonda cantina, dove non possa penetrare il suo sguardo. Anche nell’interno vostro, la fortezza singola che ogni uomo ha intorno al suo cuore, pene­tra Iddio. E vi giudica non per quello che giurate ma per quel­lo che fate. Perciò Io, all’ordine che vi fu dato, quando fu messo in auge il giuramento per mettere freno alla menzogna e alla fa­cilità di mancare alla parola data, sostituisco un altro ordine.

Non dico come gli antichi: “Non spergiurare, ma anzi man­tieni i tuoi giuramenti”, ma vi dico: “Non giurate mai”. Né per il Cielo che è trono di Dio, né per la terra che è sgabello ai suoi piedi, né per Gerusalemme e il suo Tempio che sono la città del gran Re e la casa del Signore Iddio nostro. Non giurate né sulle tombe dei trapassati né sui loro spiriti. Le tombe sono piene di scorie di ciò che è inferiore nell’uo­mo e comune col bruto, gli spiriti lasciateli nella loro dimora. Fate che non soffrano e inorridiscano, se spiriti di giusti che già sono nella precognizione di Dio. E per quanto sia una pre­cognizione, ossia cognizione parziale, perché fino al momento della Redenzione non possederanno Dio nella sua pienezza di splendori, non possono non soffrire del vedervi peccatori. E, se giusti non sono, non aumentate il loro tormento dall’aver ricordato col vostro il loro peccato. Lasciate, lasciate i morti santi nella pace, i morti non santi nelle loro pene. Non levate ai primi, non aggiungete ai secondi.

Perché appellarsi ai mor­ti? Non possono parlare. I santi perché la carità loro lo vieta: vi dovrebbero smentire troppe volte. I dannati perché l’Infer­no non apre le sue porte e i dannati non aprono le bocche che per maledire, e ogni voce resta soffocata dall’odio di Satana e dei satana, perché i dannati satana sono.  […]

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)ultima modifica: 2011-02-18T06:05:00+01:00da dio_amore
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