XIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

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Libro di Ezechiele 2,2-5. 
Ciò detto, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava.
Mi disse: “Figlio dell’uomo, io ti mando agli Israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri hanno peccato contro di me fino ad oggi. 
Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: Dice il Signore Dio.
Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genìa di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro.

Salmi 123(122),1-2a.2bcd.3-4. 
Canto delle ascensioni. Di Davide. A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli. 
Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava, alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi. 
Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava, alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi. 
Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava, alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi. 
Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava, alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi. 
Pietà di noi, Signore, pietà di noi, gia troppo ci hanno colmato di scherni, 

noi siamo troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi. 

Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 12,7-10. 
Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. 
A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 
Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 
Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte. 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 6,1-6. 
Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 
Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. 
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 
E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 
E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando. 

 
 
Dal nostro solito confronto con l’Opera valtortiana possiamo venire a conoscenza di una magistrale spiegazione che Gesù fa ai cittadini di Nazareth dell’apologo contro Abimelec, applicandolo al Suo tempo e anche alla Sua missione.
 
 
Maria Valtorta: L’Evangelo come mi è stato rivelato. [246.1-13]
 
1Ancora la sinagoga di Nazareth, in giorno di sabato, però.
Gesù ha letto l’apologo contro Abimelec e termina con le parole: «”esca da lui un fuoco e divori i cedri del Libano”». Poi rende al sinagogo il rotolo.
«Il resto non lo leggi? Bene sarebbe per far comprendere l’apologo», dice il sinagogo.
«Non occorre. Il tempo di Abimelec è molto lontano. Io ap­plico al momento di ora l’apologo antico.
Udite, genti di Nazareth. Voi già sapete, per istruzione del vostro sinagogo, il quale fu istruito a suo tempo da un rabbi, e questo da un altro ancora, e così via da secoli, e sempre con lo stesso metodo e con le stesse conclusioni, le applicazioni dell’apologo contro Abimelec. Da Me sentirete un’altra appli­cazione. E vi prego, del resto, di saper usare della vostra intel­ligenza e non essere come corde appoggiate sulle carrucole del pozzo, che finché non sono logore vanno dalla carrucola all’ac­qua, dall’acqua alla carrucola senza mai poter cambiare! L’uomo non è un canapo obbligato, né un arnese meccanico. L’uo­mo è dotato di un cervello intelligente e lo deve saper usare di suo, a seconda dei bisogni e delle circostanze. Perché, se la let­tera della parola è eterna, le circostanze cambiano.  Miseri quei maestri che non sanno saper volere la fatica e la soddisfazione di estrarre volta per volta l’insegnamento nuovo, ossia lo spiri­to che le parole antiche e sapienti contengono sempre. Saranno simili a echi che non possono che ripetere, magari dieci e dieci volte, una sola parola, senza mettervene pur una di loro.
 
2Gli alberi, ossia l’umanità raffigurata nel bosco dove sono radunate tutte le specie di piante, di arbusti e di erbe, sentono il bisogno di essere condotti da uno che si aggravi di tutte le glorie ma anche, ed è peso ben maggiore, di tutti i gravami del­l’autorità, dell’essere il responsabile della felicità o infelicità dei sudditi, il responsabile presso i sudditi, presso i popoli vici­ni e, ciò che è tremendo, presso Dio. Perché le corone o le pre­minenze sociali, quali che siano, sono date dagli uomini, è ve­ro, ma permesse da Dio, senza la quale condiscendenza nessu­na forza umana può imporsi. Cosa che spiega gli impensabili e improvvisi mutamenti di dinastie che parevano eterne, e di po­tenze che parevano intoccabili, e che, quando passarono la mi­sura nell’essere punizioni ai popoli o prova dei popoli, furono rovesciate dagli stessi, per permesso di Dio, divenendo nulla, polvere, talora fango di bassa cloaca.
Ho detto: i popoli sentono il bisogno di eleggersi uno che si aggravi di tutte le responsabilità verso i sudditi, verso le na­zioni vicine e verso Dio, ciò che è più tremendo di tutto. Per­ché, se il giudizio della storia è tremendo, e invano cercano in­teressi di popoli di mutarlo, perché eventi e popoli futuri lo renderanno alla sua prima tremenda verità, ancor peggio è il giudizio di Dio, il quale non subisce pressioni da chicchessia, e non è soggetto a mutamenti di umore e di giudizio, come trop­po spesso gli uomini lo sono, e tanto meno è soggetto a errori di giudizio. Occorrerebbe perciò che gli eletti ad essere capi di popoli e creatori di storia agissero con la giustizia eroica pro­pria dei santi, per non essere infamati nei secoli futuri e puniti da Dio nei secoli dei secoli.
 
3Ma torniamo all’apologo di Abimelec. Gli alberi dunque vollero eleggersi un re e andarono dall’ulivo. Ma questo, albero sacro e consacrato ad usi soprannaturali, per l’olio che arde davanti al Signore ed è parte preponderante nelle decime e nei sacrifizi, che presta il suo liquido a formare il balsamo santo per l’unzione dell’altare, dei sacerdoti e dei re, e scende con proprietà direi quasi taumaturgiche nei corpi o sui corpi mala­ti, rispose: “Come posso io mancare alla mia vocazione santa e soprannaturale per avvilirmi in cose della terra?”.
Oh! la dolce risposta dell’ulivo! Perché mai non è imparata e praticata da tutti coloro che Dio elegge a santa missione, al­meno da quelli, dico almeno? Perché in verità andrebbe detta da ogni uomo in risposta alle suggestioni del demonio, dato che ogni uomo è re e figlio di Dio, dotato di un’anima che tale lo fa, regale, figlialmente divino, chiamato a destino sopranna­turale. Ha un’anima che è un altare e una casa. L’altare di Dio, la casa dove il Padre dei Cieli scende a ricevere amore e rive­renza dal figlio e suddito. Ogni uomo ha un’anima, ed ogni anima essendo altare fa dell’uomo che la contiene un sacerdo­te, custode dell’altare, ed è detto nel Levitico: “Il sacerdote non si contamini”. L’uomo dunque avrebbe il dovere di rispon­dere alla tentazione del demonio, del mondo e della carne: “Posso io cessare di essere spirituale per occuparmi di cose materiali e peccaminose? “.
 
4Gli di alberi andarono allora dal fico, invitandolo a regnare su loro. Ma il fico rispose: “Come posso io rinunziare alla mia dolcezza e ai miei soavissimi frutti per divenire vostro re?”.
Molti si volgono a colui che è dolce per averlo re. Non tanto per ammirazione della sua dolcezza quanto perché sperano che per essere molto dolce finisca a divenire un re da burla, dal quale si possa ottenere ogni consenso e sul quale permettersi ogni licenza. Ma la dolcezza non è debolezza. È bontà. Giusta. Intelligente. Ferma. Non scambiate mai la dolcezza con la de­bolezza. La prima è virtù, la seconda è difetto. E appunto es­sendo virtù comunica a chi la possiede una dirittura di co­scienza che gli permette di resistere alle sollecitazioni e sedu­zioni umane, intese a piegarlo verso i loro interessi, che non sono gli interessi di Dio, rimanendo fedele al suo destino, ad ogni costo. Il dolce di spirito non ribatterà mai con asprezza le rampogne altrui, non respingerà mai con durezza chi lo recla­ma. Ma però, con perdoni e sorriso, dirà sempre: “Fratello, la­sciami alla mia dolce sorte. Io sono qui per consolarti ed aiu­tarti, ma non posso divenire re, quale tu pensi, perché di un’unica regalità mi curo e preoccupo, per l’anima mia e per l’anima tua: di quella spirituale”.
5Gli alberi andarono dalla vite a chiederle di essere il loro re. Ma la vite rispose: “Come posso io rinunciare ad essere alle­grezza e forza per venire a regnare su voi?”.
L’essere re, e per le responsabilità e per i rimorsi, perché più raro di diamante nero è il re che non pecca e non si crea ri­morsi, porta sempre a cupezze di spirito. La potenza seduce finché splende come un faro da lontano, ma quando la si è rag­giunta si vede che non è che un lume di lucciola e non di stella. E anche: la potenza non è che una forza legata dai mille canapi dei mille interessi che si agitano intorno ad un re. Interessi di cortigiani, interessi di alleati, interessi personali e di parentele. Quanti re giurano a se stessi, mentre l’olio li consacra: “Io sarò imparziale”, e poi non sanno esserlo? Come un albero potente che non si ribella al primo abbraccio dell’edera molle e sottile dicendo: “È tanto esile che non mi può nuocere”, e anzi si com­piace di esserne inghirlandato e di esserne il protettore che la sorregge nel suo salire, così sovente, potrei dire sempre, il re cede al primo abbraccio di un interesse cortigiano, alleato, personale o di parentela che a lui si volge, e si compiace di es­serne il munifico protettore. “È tanto poca cosa!”, dice anche se la coscienza gli grida: “Bada!”. E pensa non possa nuocergli né nel potere, né nel buon nome.
Anche l’albero crede così. Ma viene il giorno che, ramo dopo ramo, crescendo in robustezza e in lunghezza, crescendo nella voracità di suggere linfe del suolo e salire alla conquista di lu­ce e di sole, l’edera abbraccia tutto l’albero potente, lo sover­chia, lo soffoca, l’uccide. Ed era tanto esile! E lui era tanto for­te! Anche per i re è così. Un primo compromesso con la propria missione, una prima alzata di spalle alla voce della coscienza, perché le lodi sono dolci, perché l’aria di protettore ricercato piace, e viene il momento che il re non regna, ma regnano gli interessi altrui e lo imprigionano, lo imbavagliano fino a soffo­carlo e lo sopprimono se, divenuti più forti di lui, vedono che egli non si affretta a morire. Anche l’uomo comune, sempre un re nello spirito, si perde se accetta regalità minori per super­bia, per avidità. E perde la sua serenità spirituale che gli viene dall’unione con Dio. Perché il demonio, il mondo e la carne possono dare un illusorio potere e godere, ma a costo della al­legrezza spirituale che viene dall’unione con Dio.
Allegrezza e forza dei poveri di spirito, ben meritate che l’uomo sappia dire: “E come posso accettare di divenire re nel­la parte inferiore se, venendo ad alleanze con voi, io perdo for­za e allegrezza interna e il Cielo e la sua regalità vera?”. E pos­sono anche dire, questi beati poveri di spirito che hanno solo la mira di possedere il Regno dei Cieli e sprezzano ogni altra ric­chezza che quel regno non sia, e possono anche dire: “E come possiamo venire meno alla nostra missione, che è quella di ma­turare succhi fortificatori e di allegrezza per questa umanità sorella, che vive nell’arido deserto della animalità e che ha bi­sogno di essere dissetata per non morire, per essere nutrita di succhi vitali come un bimbo privo di nutrice? Noi siamo le nu­trici dell’umanità che ha perduto il seno di Dio, che erra sterile e malata, che giungerebbe alla disperata morte, ai neri scetti­cismi, se non trovasse noi che, con l’allegra operosità dei liberi da ogni laccio terreno, li facessimo persuasi che vi è una Vita, una Gioia, una Libertà, una Pace. Non possiamo rinunciare a questa carità per un interesse meschino”.
 
6Gli alberi andarono allora dallo spino. Questo non li re­spinse. Ma impose patti severi: “Se mi volete per re venite sot­to di me. Ma se non lo volete fare, dopo avermi eletto, io farò di ogni spino tormento acceso e arderò tutti voi, anche i cedri del Libano”.
Ecco le regalità che pure il mondo accetta per vere! La pre­potenza e la ferocia sono, per l’umanità corrotta, scambiate per vera regalità, mentre la mitezza e la bontà vengono prese per stoltezza e bassi sentimenti. L’uomo non si sottomette al Bene ma si sottomette al Male. Ne è sedotto. E conseguentemente ne è arso.
Questo l’apologo di Abimelec. 7Ma Io ora ve ne propongo un altro. Non lontano e per fatti lontani. Ma vicino presente.
Gli animali pensarono ad eleggersi un re. Ed essendo astuti pensarono di eleggersi uno che non desse timore di essere forte o feroce. Scartarono dunque il leone e tutti i felini. Dissero di non volere le rostrate aquile né nessun altro uccello di rapina. Diffidarono del cavallo che con rapidità poteva raggiungerli e vedere le loro azioni; e ancor più diffidarono dell’asino di cui sapevano la pazienza ma anche le subite furie e i potenti zoccoli. Inorridirono di avere per re la scimmia perché troppo intelligente e vendicativa. Con la scusa che il serpente si era prostrato a Satana per sedurre l’uomo, dissero di non volerlo a re nonostante i suoi vaghi colori e l’eleganza delle sue mosse. In realtà non lo vollero perché ne conoscevano il silenzioso incedere, il forte potere dei suoi muscoli, il tremendo agire del suo veleno. Darsi a re un toro o altro animale munito di aguzze corna? Ohibò! “Anche il diavolo le ha” dissero. Ma pensavano: “Se ci ribelliamo, un giorno esso ci stermina con le sue corna”.
Scansa e scansa, videro un agnelletto grasso e bianco saltabeccare allegro su un prato verde, dando musate alla tonda mammella materna. Non aveva corna, ma aveva occhi miti come un cielo d’aprile. Era mansueto e semplice. Di tutto era contento. E dell’acqua di un piccolo rio dove beveva tuffando il musetto rosato; e dei fioretti dai diversi sapori che appagavano l’occhio e il palato; e dell’erba folta in cui era bello giacere quando era sazio; e delle nuvole che parevano altri agnellini che scorazzassero su quei prati azzurri, lassù, e lo invitassero a giocare correndo sul prato come esse nel cielo; e, soprattutto, delle carezze della mamma, che ancora gli permetteva qualche tepida succhiata leccandogli intanto il vello bianco con la sua rosea lingua; e dell’ovile sicuro e riparato dai venti, della lettiera ben soffice e fragrante, nella quale era dolce dormire presso la madre. “È di facile accontentatura. È senza armi né veleno. È ingenuo facciamolo re”. E tale lo fecero. E se ne gloriavano perché era bello e buono, ammirato dai popoli vicini, amato dai sudditi per la sua paziente mansuetudine.
 
8Passò del tempo e l’agnello divenne montone e disse: “Ora è tempo che io realmente governi. Ora ho il pieno possesso della cognizione della mia missione. Il volere di Dio, che ha permesso che io fossi eletto re, mi ha poi formato a questa missione, dandomi capacità di regnare. È dunque giusto che io la eserciti in modo perfetto, anche per non trascurare i doni di Dio”.
E vedendo sudditi che facevano cose contrarie alla onestà dei costumi, o alla carità, alla dolcezza, alla lealtà, alla morigeratezza, all’ubbidienza, al rispetto, alla prudenza, e così via, alzò la voce per ammonire. I sudditi si risero del suo belato saggio e dolce, che non spauriva come il ruggito dei felini, né come lo strido degli avvoltoi quando si calano rapidi sulla preda, né come il sibilo del serpente e neppure come l’abbaiata del cane che incute timore.
 
L’agnello divenuto montone non si limitò più a belare. Ma andò dai colpevoli per ricondurli al loro dovere. Ma il serpente gli sgusciò fra le zampe. L’aquila si elevò a volo lasciandolo in asso. I felini con una zampata lo scansarono minacciando: “Vedi che cosa c’è nella zampa felpata che per ora ti scansa soltanto? Artigli”. I cavalli, e tutti i corridori in genere, si dettero a giostrare al galoppo intorno a lui, deridendolo. E i forti elefanti o altri pachidermi, con un urto del muso, lo gettarono qua e là, mentre le scimmie, dall’alto degli alberi, lo bersagliarono di proiettili.
 
L’agnello divenuto montone si inquietò, infine, e disse:  “Non volevo usare né le mie corna né la mia forza. Perché io pure ho una forza in questo collo, e sarà presa a modello per abbattere ostacoli di guerra. Non volevo usarla perché preferisco usare amore e persuasione. Ma posto che non vi piegate con queste armi, ecco che userò la forza, perché se voi mancate al vostro dovere verso di me e Dio, io non voglio mancare al mio verso Dio e voi. Qui sono stato messo per guidarvi alla Giustizia e al Bene, da voi e da Dio. E qui voglio che Giustizia e Bene, ossia Ordine, regnino”. E punì con le corna, leggermente perché era buono, un testardo botolo che continuava a molestare i vicini, e poi, col collo fortissimo, sfondò la porta della tana dove un ingordo ed egoista porco aveva accumulato cibarie a scapito degli altri, e pure abbatté il cespuglio di liane eletto da due lussuriosi scimmiotti per i loro illeciti amori.
 
9“Questo re si è fatto troppo forte. Vuole realmente regnare lui. Vuole proprio che noi si viva da saggi. Ciò non ci và a genio. Bisogna detronizzarlo” decisero.
Ma un astuto scimmiotto consigliò: “Non facciamolo altro che con l’apparenza di un motivo giusto. Altrimenti faremo brutta figura presso i popoli e invisi a Dio. Spiamo dunque ogni azione dell’agnello divenuto montone per poterlo accusare con una parvenza di giustizia”.
“Ci penso io” disse il serpente. “Ed io pure disse la scimmia”. Uno strisciando fra le erbe, l’altra stando sull’alto delle piante, non persero mai di vista l’agnello divenuto montone, e ogni sera, quando lui si ritirava per riposare dalle fatiche della missione, e per meditare sulle misure da adottare e le parole da usare per domare la ribellione e vincere i peccati dei sudditi, questi, meno qualche raro onesto e fedele, si riunivano per ascoltare il rapporto delle due spie e dei due traditori. Perché tali erano anche.
 
Il serpente diceva al suo re: “Ti seguo perché ti amo e se vedessi che sei assalito voglio potere difenderti”. La scimmia diceva al suo re: “Come ti ammiro! Ti voglio aiutare. Guarda, da qua io vedo che oltre quel prato si sta peccando. Corri!”; e poi diceva ai compagni: “Anche oggi ha preso parte al banchetto di alcuni peccatori. Ha finto di andare là per convertirli, ma poi, in realtà, è stato complice dei loro bagordi”. E il serpente riferiva: “È andato fino fuori del suo popolo, avvicinando farfalle, mosconi e viscidi lumaconi. È un infedele. Commercia con stranieri immondi”.
Così parlavano alle spalle dell’innocente, credendo che costui ignorasse. Ma lo spirito del Signore, che lo aveva formato alla sua missione, lo illuminava anche sulle congiure dei sudditi. Avrebbe potuto sfuggire sdegnato, maledicendoli. Ma l’agnello era dolce e umile di cuore. Amava. Aveva il torto di amare. E aveva quello anche più grande di perseverare, amando e perdonando, nella sua missione, a costo della morte, per compiere la volontà di Dio. Oh! che torti questi presso gli uomini! Imperdonabili! E tanto lo erano che a lui procurarono condanna.
“Sia ucciso per essere liberati dalla sua oppressione”. E il serpente si incaricò di ucciderlo, perché è sempre il serpente il traditore…
 
10Questo è l’altro apologo. A te il capirlo, popolo di Nazareth! Io, per l’amore che a te mi lega, ti auguro di rimanere almeno al grado di popolo ostile, e non oltre. L’amor della terra in cui venni bambino, in cui crebbi amandovi e avendo amore, mi fa dire a voi tutti: “Non siate più ostili. Non fate che la storia dica: ‘Da Nazareth vennero il suo traditore e i suoi giudici iniqui’”.
Addio. Siate retti nel giudicare e costanti nel volere. La prima cosa tutti voi, miei concittadini. La seconda quelli fra voi che non sono disturbati da pensieri disonesti. Io vado… La pace sia con voi».
E Gesù, fra un silenzio penoso, rotto solo da due o tre voci che lo approvano, esce mesto, a capo chino, dalla sinagoga di Nazareth.
 
11È seguito dagli apostoli. In coda a tutti sono i figli di Alfeo. E i loro occhi non sono certo gli occhi di un agnello mansueto… Guardano severamente la folla ostile, e Giuda Taddeo non esita a piantarsi ritto di fronte al fratello Simone e a dirgli: «Credevo di avere un fratello più onesto e di carattere più forte».
Simone china il capo e tace. Ma l’altro fratello, spalleggiato da altri di Nazareth, dice: «Vergognati di offendere il fratello maggiore!».
«No. Mi vergogno di voi. Tutti voi. Non matrigna. Ma matrigna depravata è questa Nazareth per il Messia. Però udite la mia profezia. Piangerete tante lacrime da alimentare una fonte, ma non serviranno a lavare dai libri della storia il nome vero di questa città e di voi. Sapete quale è? “Stoltezza”. Addio».
Giacomo aggiunge un saluto più ampio con augurare luce di sapienza. Ed escono insieme ad Alfeo di Sara e a due giovanotti che, se ben li ravviso, sono i due asinai che scortarono gli asinelli usati per andare incontro a Giovanna di Cusa morente.
 
12La folla, rimasta interdetta, mormora: «Ma da dove mai costui ha tanta sapienza?».
«E i miracoli donde li fa? Perché farli li fa. Tutta la Palestina ne parla».
«Non è il figlio di Giuseppe legnaiolo? Tutti lo abbiamo visto, al banco del fabbro di Nazareth, fare tavole e letti, e aggiustare ruote e serrature. Non è neppure andato a scuola, e solo sua Madre gli fu Maestra».
«Uno scandalo anche questo che nostro padre ha criticato» dice Giuseppe d’Alfeo.
«Ma anche i tuoi fratelli finirono la scuola con Maria di Giuseppe».
«Eh! mio padre fu debole presso la moglie…» risponde ancora Giuseppe.
«Anche il fratello di tuo padre, allora?».
«Anche».
«Ma è proprio il figlio del legnaiolo?».
«E non lo vedi?».
«Oh! tanti si assomigliano! Io penso che sia uno che si dice tale ma non lo è».
«E dove è allora Gesù di Giuseppe?».
«Ti pare che sua Madre non lo conosca?».
«Qui ci sono i suoi fratelli e le sue sorelle, e tutti lo dicono parente. Non è forse vero, voi due?».
I due anziani figli di Alfeo annuiscono.
«Allora è divenuto folle o indemoniato, perché ciò che dice non può venire da un operaio».
«Bisognerebbe non ascoltarlo, la sua pretesa dottrina è delirio o possessione»…
 
13… Gesù è fermo sulla piazza in attesa di Alfeo di Sara che parla con un uomo. E, mentre attende, uno degli asinai che era rimasto presso la porta della sinagoga gli riporta le calunnie dette nella stessa.
«Non te ne addolorare. Un profeta generalmente non è onorato dalla sua patria e dalla sua casa. L’uomo è tanto stolto che crede che per essere profeti occorre essere quasi esseri fuori della vita. E i concittadini e i famigliari più di tutti conoscono e ricordano l’umanità del loro concittadino e parente. Ma la verità trionferà sempre. Ed ora ti saluto. La pace sia con te».
«Grazie, Maestro, di avere guarito mia madre».
«Lo meritavi perché hai saputo credere. È inerte il mio potere qui, perché qui non c’è fede. Andiamo, amici. Domani all’alba partiremo».
 
Buona lettura e meditazione.
La Pace sia con voi.
 
Giovanna
 
XIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno Bultima modifica: 2012-07-07T04:20:14+02:00da dio_amore
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