Maria ci svela la Passione di S. Giuseppe

 Carissimi,

essendo oggi la festa di S. Giuseppe, penso sia doveroso leggere questo dettato di Maria SS. che (nei testi valtortiani) ci spiega che anche Giuseppe ebbe la sua passione, come Gesù e come lei stessa. Ed è molto facile immaginarsi di che cosa stia parlando la Mamma, pensando a quel famoso giorno quando lui arrivò a Gerusalemme per riportare la sposa a Nazareth (di ritorno dalla sua visita alla cugina Elisabetta) e si accorse che Maria era incinta!

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Dice Maria [1]:

 

«È la vigilia del Giovedì santo. A taluni parrà fuori posto questa visione. Ma il tuo dolore di amante del mio Gesù Cro­cifisso è nel tuo cuore e vi resta anche se una dolce visione si presenta. Essa è come il tepore che si sviluppa da una fiam­ma, che è ancora fuoco ma non è già più fuoco. Il fuoco è la fiamma, non il tepore di essa, che ne è unicamente una deri­vazione. Nessuna visione beatifica o pacifica varrà a toglierti quel dolore dal cuore. E tienilo caro più della tua stessa vita. Perché è il dono più grande che Dio possa concedere ad un credente nel suo Figlio. Inoltre non è la mia, nella sua pace, vi­sione disforme alle ricorrenze di questa settimana.

Anche il mio Giuseppe ha avuto la sua Passione. Ed es­sa è nata in Gerusalemme quando gli apparve il mio stato. Ed essa è durata dei giorni come per Gesù e per me. Né essa fu spiritualmente poco dolorosa. E unicamente per la santità del Giusto che m’era sposo fu contenuta in una forma, che fu tal­mente dignitosa e segreta che è passata nei secoli poco notata.

Oh! la nostra prima Passione! Chi può dirne la intima e silenziosa intensità? Chi il mio dolore nel constatare che il Cie­lo non mi aveva ancora esaudita rivelando a Giuseppe il mistero? Che egli lo ignorasse l’avevo compreso vedendolo meco ri­spettoso come di solito. Se egli avesse saputo che portavo in me il Verbo di Dio, egli avrebbe adorato quel Verbo, chiuso nel mio seno, con atti di venerazione che sono dovuti a Dio e che egli non avrebbe mancato di fare, come io non avrei ricu­sato di ricevere, non per me, ma per Colui che era in me e che io portavo così come l’Arca dell’alleanza portava il codice di pietra e i vasi della manna.

Chi può dire la mia battaglia contro lo scoramento, che vo­leva soverchiarmi per persuadermi che avevo sperato invano nel Signore? Oh! io credo che fu rabbia di Satana! Sentii il dub­bio sorgermi alle spalle e allungare le sue branche gelide per imprigionarmi l’anima e fermarla nel suo orare. Il dubbio che è così pericoloso, letale allo spirito. Letale, perché è il primo agente della malattia mortale che ha nome “disperazione” e al quale si deve reagire con ogni forza, per non perire nell’a­nima e perdere Dio.

Chi può dire con esatta verità il dolore di Giuseppe, i suoi pensieri, il turbamento dei suoi affetti? Come piccola barca pre­sa in gran bufera, egli era in un vortice di opposte idee, in una ridda di riflessioni l’una più mordente e più penosa dell’altra. Era un uomo, in apparenza, tradito dalla sua donna. Vedeva crollare insieme il suo buon nome e la stima del mondo, per lei si sentiva già segnato a dito e compassionato dal paese, ve­deva il suo affetto e la sua stima in me cadere morti davanti all’evidenza di un fatto.

La sua santità qui splende ancor più alta della mia. Ed io ne rendo questa testimonianza con affetto di sposa, perché voglio lo amiate il mio Giuseppe, questo saggio e prudente, que­sto paziente e buono, che non è separato dal mistero della Re­denzione, ma sibbene è ad esso intimamente connesso, perché consumò il dolore per esso e se stesso per esso, salvandovi il Salvatore a costo del suo sacrificio e della sua santità.

Fosse stato men santo, avrebbe agito umanamente, denun­ciandomi come adultera perché fossi lapidata e il figlio del mio peccato perisse con me. Fosse stato men santo, Dio non gli avrebbe concesso la sua luce per guida in tal cimento. Ma Giu­seppe era santo. Il suo spirito puro viveva in Dio. La carità era in lui accesa e forte. E per la carità vi salvò il Salvatore, tanto quando non mi accusò agli anziani, quanto quando, la­sciando tutto con pronta ubbidienza, salvò Gesù in Egitto.

Brevi come numero, ma tremendi di intensità i tre gior­ni della Passione di Giuseppe. E della mia, di questa mia pri­ma passione. Perché io comprendevo il suo soffrire, né potevo sollevarlo in alcun modo per l’ubbidienza al decreto di Dio, che mi aveva detto: “Taci! E quando, giunti a Nazareth, lo vidi andarsene dopo un la­conico saluto, curvo e come invecchiato in poco tempo, né ve­nire a me alla sera come sempre usava, vi dico, figli, che il mio cuore pianse con ben acuto duolo. Chiusa nella mia casa, sola, nella casa dove tutto mi ricordava l’Annuncio e l’Incar­nazione, e dove tutto mi ricordava Giuseppe a me sposato in una illibata verginità, io ho dovuto resistere allo sconforto, alle insinuazioni di Satana e sperare, sperare, sperare. E pregare, pregare, pregare. E perdonare, perdonare, perdonare al sospetto di Giuseppe, al suo sommovimento di giusto sdegno.

Figli, occorre sperare, pregare, perdonare per ottenere che Dio intervenga in nostro favore. Vivete anche voi la vostra pas­sione. Meritata per le vostre colpe. Io vi insegno come supe­rarla e mutarla in gioia. Sperate oltre misura. Pregate senza sfiducia. Perdonate per esser perdonati. Il perdono di Dio sa­rà la pace che desiderate, o figli. Null’altro per ora vi dirò. Sin dopo il trionfo pasquale sa­rà silenzio.  È la Passione. Compassionate il Redentore vostro. Uditene i lamenti e numeratene ferite e lacrime. Ognuna di esse è scesa per voi e per voi fu patita. Ogni altra visione scom­paia davanti a questa che vi ricorda la Redenzione compiuta per voi».

 

 

Buon fine settimana.

La pace sia con voi.

Giovanna



[1] Maria Valtorta –  op. cit.  – Vol. 1, cap. 25 – 27.8-12– ed. CEV. 

Maria ci svela la Passione di S. Giuseppeultima modifica: 2011-03-19T23:33:00+01:00da dio_amore
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