24/02/2012

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

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PRIMA LETTURA (Gen 9,8-15)

L’alleanza fra Dio e Noè liberato dalle acque del diluvio.
Dal libro della Gènesi

SECONDA LETTURA (1Pt 3,18-22) 
Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi. Dalla prima lettera di san Pietro apostolo

VANGELO (Mc 1,12-15)
Gesù, tentato da satana, è servito dagli angeli
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
 
*******
Carissimi,
ieri, Mercoledì delle Ceneri, è iniziata la S. Quaresima, un Tempo forte che ci aiuta a meditare sulla Passione e Morte di Gesù e sul valore del sacrificio offerto a Dio.
 
Dei famosi 40 giorni passati da Gesù nel deserto Marco ce ne fa solo un accenno mentre nei testi valtortiani troviamo una precisa descrizione, soprattutto il dialogo o meglio quasi un monologo, fra Gesù e Satana.
 
Inoltre, subito dopo Gesù stesso ci fa una stupenda e chiarissima catechesi su come ci si deve comportare col demonio e soprattutto ci insegna che non bisogna mai rispondergli o entrare in discussione con lui: È inutile discutere con Satana. Vincerebbe lui, perché è forte nella sua dialettica. Non c’è che Dio che lo vinca.”
  
Buona meditazione!
Giovanna
 
 
Maria Valtorta: L’Evangelo come mi è stato rivelato - vol. I -  [46.1-15] – ed. CEV
1Vedo la solitudine petrosa già vista alla mia sinistra nella visione del battesimo di Gesù al Giordano. Però devo essere molto addentrata in essa, perché non vedo affatto il bel fiume lento e azzurro, né la vena di verde che lo costeggia alle sue due rive, come alimentata da quell’arteria d’acqua. Qui solo solitudine, pietrosi, terra talmente arsa da esser ridotta a polvere giallastra, che ogni tanto il vento solleva con piccoli vortici, che paion fiato di bocca febbrile tanto sono asciutti e caldi. E tormentosi per la polvere che penetra con essi nelle narici e nelle fauci. Molto rari, qualche piccolo cespuglio spinoso, non si sa come resistere in quella desolazione. Sembrano ciuffetti di superstiti capelli sulla testa di un calvo. Sopra, un cielo spietatamente azzurro; sotto, il suolo arido; intorno, massi e silenzio. Ecco quanto vedo come natura.
2Addossato ad un enorme pietrone, che per la sua forma, fatta su per giù così come mi sforzo a disegnarla, fa un embrione di grotta, e seduto su un sasso trascinato nell’incavo, al punto +, sta Gesù. Si ripara così dal sole cocente. E l’interno ammonitore mi avverte che quel sasso, su cui ora siede, è anche il suo inginocchiatoio e il suo guanciale quando prende le brevi ore di riposo avvolto nel suo mantello, al lume delle stelle e all’aria fredda della notte. Infatti là presso è la sacca che gli ho visto prendere prima di partire da Nazareth. Tutto il suo avere. E, dal come si piega floscia, comprendo che è vuota del poco cibo che vi aveva messo Maria. 
Gesù è molto magro e pallido. Sta seduto con i gomiti appoggiati ai ginocchi e gli avambracci sporti in avanti, con le mani unite ed intrecciate nelle dita. Medita. Ogni tanto solleva lo sguardo e lo gira attorno e guarda il sole alto, quasi a perpendicolo, nel cielo azzurro. Ogni tanto, e specie dopo aver girato lo sguardo attorno e averlo alzato verso la luce solare, chiude gli occhi e si appoggia al masso, che gli fa da riparo, come preso da vertigine.
3Vedo apparire il brutto ceffo di Satana. Non che si presenti nella forma che noi ce lo raffiguriamo, con corna, coda, ecc. ecc. Pare un beduino avvolto nel suo vestito e nel suo mantellone, che pare un domino da maschera. Sul capo il turbante, le cui falde bianche scendono a far riparo sulle spalle e lungo i lati del viso. Di modo che di questo appare un breve triangolo molto bruno, dalle labbra sottili e sinuose, dagli occhi nerissimi e incavati, pieni di bagliori magnetici. Due pupille che ti leggono in fondo al cuore, ma nelle quali non leggi nulla, o una sola parola: mistero. L’opposto dell’occhio di Gesù, tanto magnetico e fascinatore anche esso, che ti legge in cuore, ma nel quale leggi anche che nel suo cuore è amore e bontà per te. L’occhio di Gesù è una carezza sull’anima. Questo è come un doppio pugnale che ti perfora e brucia.
4Si avvicina a Gesù: «Sei solo?».
Gesù lo guarda e non risponde.
«Come sei capitato qui? Ti sei perso».
Gesù lo guarda da capo e tace.
«Se avessi dell’acqua nella borraccia, te la darei. Ma ne sono senza anche io. M’è morto il cavallo e mi dirigo a piedi al guado. Là berrò e troverò chi mi da un pane. So la via. Vieni con me. Ti guiderò».
Gesù non alza più neppure gli occhi.
«Non rispondi? Sai che, se resti qui, muori? Già si leva il vento. Sarà bufera. Vieni».
Gesù stringe le mani in muta preghiera.
«Ah! sei proprio Tu, dunque? È tanto che ti cerco! Ed ora è tanto che ti osservo. Dal momento che sei stato battezzato. Chiami l’Eterno? È lontano. Ora sei sulla terra ed in mezzo agli uomini. E negli uomini regno io. Pure mi fai pietà e ti voglio soccorrere, perché sei buono e sei venuto a sacrificarti per nulla. Gli uomini ti odieranno per la tua bontà. Non capiscono che oro e cibo, e senso. Sacrificio, dolore, ubbidienza, sono parole morte per loro più di questa terra che ci è d’intorno. Essi sono aridi più ancora di questa polvere. Solo il serpe può nascondersi qui, attendendo di mordere, e lo sciacallo di sbranare. Vieni via. Non merita soffrire per loro. Li conosco più di Te».
Satana si è seduto di fronte a Gesù e lo fruga col suo sguardo tremendo, e sorride con la sua bocca di serpe. Gesù tace sempre e prega mentalmente.
5«Tu diffidi di me. Fai male. Io sono la sapienza della terra. Ti posso esser maestro per insegnarti a trionfare. Vedi: l’importante è trionfare. Poi, quando ci si è imposti e si è affascinato il mondo, allora lo si conduce anche dove si vuole noi. Ma prima bisogna essere come piace a loro. Come loro. Sedurli facendo loro credere che li ammiriamo e li seguiamo nel loro pensiero.
Sei giovane e bello. Comincia dalla donna. È sempre da essa che si deve incominciare. Io ho sbagliato inducendo la donna alla disubbidienza. Dovevo consigliarla per altro modo. Ne avrei fatto uno strumento migliore e avrei vinto Dio. Ho avuto fretta. Ma Tu! Io t’insegno, perché c’è stato un giorno che ho guardato a Te con giubilo angelico, e un resto di quell’amore è rimasto, ma Tu ascoltami ed usa della mia esperienza.Fatti una compagna. Dove non riuscirai Tu, essa riuscirà.Sei il nuovo Adamo: devi avere la tua Eva.
E poi, come puoi comprendere e guarire le malattie del senso se non sai che cosa sono? Non sai che è lì il nocciolo da cui nasce la pianta della cupidità e della prepotenza? Perché l’uomo vuole regnare? Perché vuole essere ricco, potente? Per possedere la donna. Questa è come l’allodola. Ha bisogno del luccichio per essere attirata.L’oro e la potenza sono le due facce dello specchio che attirano le donne e le cause del male nel mondo. Guarda: dietro a mille delitti dai volti diversi ce ne sono novecento almeno che hanno radice nella fame del possesso della donna o nella volontà di una donna, arsa da un desiderio che l’uomo non soddisfa ancora o no soddisfa più. Vai dalla donna se vuoi sapere cosa è la vita. E solo dopo saprai curare e guarire i morbi dell’umanità.
È bella, sai, la donna! Non c’è nulla di più bello nel mondo. L’uomo ha il pensiero e la forza. Ma la donna! Il suo pensiero è un profumo, il suo contatto è carezza di fiori, la sua grazia è come vino che scende, la sua debolezza è come matassa di seta o ricciolo di bambino nelle mani dell’uomo, la sua carezza è forza che si rovescia sulla nostra e la accende. Si annulla il dolore, la fatica, il cruccio quando si posa presso una donna, ed essa è fra le nostre braccia come un fascio di fiori.
6Ma che stolto che sono! Tu hai fame e ti parlo della donna. La tua vigoria è esausta. Per questo, questa fragranza della terra, questo fiore del creato, questo frutto che dà e suscita amore, ti pare senza valore. Ma guarda queste pietre. Come sono tonde e levigate, dorate sotto il sole che scende. Non sembrano pani? Tu, Figlio di Dio, non hai che da dire: “Voglio”, perché esse divengano pane fragrante come quello che ora le massaie levano dal forno per la cena dei loro familiari. E queste acacie così aride, se Tu vuoi, non possono empirsi di dolci pomi, di datteri di miele? Satollati, o Figlio di Dio! Tu sei il Padrone della terra. Essa si inchina per mettere ai tuoi piedi se stessa e sfamare la tua fame.
Lo vedi che impallidisci e vacilli solo a sentir nominare il pane? Povero Gesù! Sei tanto debole da non potere più neppure comandare il miracolo? Vuoi che lo faccia io per Te? Non ti sono a paro. Ma qualcosa posso. Starò privo per un anno della mia forza, la radunerò tutta, ma ti voglio servire, perché Tu sei buono ed io sempre mi ricordo che sei il mio Dio, anche se ora ho demeritato di chiamarti tale. Aiutami con la tua preghiera perché io possa…».
«Taci. Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che viene da Dio».
Il demonio ha un sussulto di rabbia. Digrigna i denti e stringe i pugni. Ma si contiene e volge il digrigno in sorriso. (Segue nel riquadro a fianco)
 

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21/02/2012

IL CANTUCCIO DI MARIA – MARIA MADRE DELLA CHIESA

Carissimi,
è ancora dalla bocca di Gesù che apprendiamo che Maria è stata da Lui stesso dichiarata Madre della Chiesa.

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[...]  Ora è rinfrescato, ordinato, perché con la mano umida si è ravviato anche i capelli e la barba e, mentre il primo raggio di sole fa del prato una stuoia diamantata, va a destare gli apo­stoli e le donne. Le une e gli altri stentano a destarsi, stanchi come sono. 
 
Ma Maria è desta, tenuta immobile soltanto dal bambino che le dorme avviticchiato al petto, con la testolina sotto il mento di Maria. E la Madre, vedendo apparire sulla soglia dell'antro il suo Gesù, gli sorride coi suoi dolci occhi celesti, colorandosi di rosa per la gioia di vederlo. E si libera del bambino, che fri­gna un poco nel sentirsi mosso, e si rizza e va da Gesù col suo tacito passo lievemente ondeggiante di colomba pudica.
 
 «Dio ti benedica, Figlio mio, in questo giorno». 

«Dio sia con te, Mamma. Ti è stata rigida la notte?». 

«Affatto. Anzi, ben felice. Mi pareva di aver Te piccino fra le braccia... E ho sognato che come un fiume d'oro ti uscisse dalla bocca, suonando un suono di una dolcezza che non si di­ce, e una voce dicesse,... oh! che voce!: "Questa è la Parola che arricchisce il mondo e dà beatitudine a chi l'ascolta e l'obbedi­sce. Senza limite nella potenza, nel tempo e nello spazio, Essa salverà". Oh! Figlio mio! E sei Tu, la mia Creatura, questa Pa­rola! Come farò a viver tanto e a fare tanto da poter ringrazia­re l'Eterno di avermi fatta Madre tua?». 
 
«Non ti metter pensiero di ciò, Mamma. Ogni battito del tuo cuore appaga Dio. Tu sei la vivente lode a Dio, e sempre lo sarai, Mamma. Tu lo ringrazi da quando sei...». 
 
«Non mi pare di farlo a sufficienza, Gesù. É così grande! Così grande ciò che Dio mi ha fatto! Che faccio io, infine, di più di quello che facciano tutte quelle buone che sono come Me tue discepole? Diglielo Tu, Figlio mio, al Padre nostro che mi dia modo di ringraziarlo come il dono merita». 
 
«Madre mia! E credi che il Padre abbia bisogno che Io chie­da questo per te? Egli ti ha già preparato il sacrificio che tu dovrai consumare per questa lode perfetta. E perfetta sarai quando lo avrai compiuto...».
 
«Gesù mio!... Comprendo ciò che vuoi dire... Ma sarò capa­ce di pensare in quell'ora?... La tua povera Mamma...». 
 
«La beata Sposa dell'Amore eterno! Mamma, questo sei. E l'Amore penserà in te». 
 
«Tu lo dici, Figlio, e io mi riposo sulla tua parola. Ma Tu... prega per me, in quell'ora che nessuno di questi capisce... e che è già imminente... Non è vero? Non è forse vero?». 
 
Dire l'espressione del volto di Maria mentre ha questo dia­logo è impossibile. Non c'è scrittore che possa tradurla in pa­rola senza sciuparla con sdolcinature o tinte indecise. Solo chi ha cuore, e cuore buono, pur essendo cuore virile, può dare mentalmente al volto di Maria l'espressione reale che ha in questo momento.
 
Gesù la guarda... Altra espressione intraducibile in povera parola. E le risponde: «E tu prega per Me nell'ora della mor­te... Sì. Nessuno di questi capisce... Non è colpa loro. É Satana che crea i fumi perché non vedano, e siano come ebbri e non intendano, e perciò impreparati... e più facili ad essere piegati... Ma Io e te li salveremo nonostante l'insidia di Satana. Sin da ora te li affido, Madre mia. Ricordati queste mie parole: te li affido. Ti do la mia eredità. Non ho nulla sulla Terra fuorché una Madre, e questa l'offro a Dio: Ostia con l'Ostia; e la mia Chiesa, e questa l'affido a te. Sule Nutrice. Poco fa pensavo in quanti, nei secoli, sarà rivivente l'uomo di Keriot con tutte le sue tare. E pensavo che uno che non fosse Gesù lo respingereb­be, questo essere tarato. Ma Io non lo respingerò. Sono Gesù. 
 
Tu, nel tempo che resterai sulla Terra, seconda a Pietro come gerarchia ecclesiastica, egli capo e tu fedele, prima a tutti come Madre della Chiesa avendo partorito Me, Capo di questo Corpo mistico,tu non respingere i molti Giuda, ma soccorri e insegna a Pietro, ai fratelli, a Giovanni, Giacomo, Simone, Filippo, Bartolomeo, Andrea, Toma e Matteo a non respingere e a soc­correre. 
 
Difendimi nei miei seguaci e difendimi contro coloro che vorranno disperdere e smembrare la nascente Chiesa. E nei secoli, o Madre, sempre tu sii Colei che intercede e protegge, di­fende, aiuta la mia Chiesa, i miei sacerdoti, i miei fedeli, dal Male e dal Castigo, da loro stessi... 
 
Quanti Giuda, o Madre, nei secoli! E quanti simili a deficienti che non sanno capire, o a ciechi e sordi che non sanno vedere e udire, o a storpi e parali­tici che non sanno venire... 
 
Madre, tutti sotto il tuo manto! Tu sola puoi e potrai mutare i decreti di castigo dell'Eterno per uno o per molti. Perché nulla la Triade potrà mai negare al suo Fiore». 
 
«Così farò, Figlio. Per quanto sta in me, va' in pace alla tua mèta. La tua Mamma è qui per difendere Te nella tua Chiesa, sempre». 
 
«Dio ti benedica, Mamma... 

Maria Valtorta - L'Evangelo come mi è stato rivelato - 455.5 - ed. CEV  
 

Buona meditazione.
  
La pace sia con voi.
Giovanna

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17/02/2012

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

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PRIMA LETTURA (Is 43,18-19.21-22.24-25)
Per amore di me stesso non ricordo più i tuoi peccati.
Dal libro del profeta Isaìa

 
 
SECONDA LETTURA (2Cor 1,18-22)
Gesù non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì».
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
 
 
VANGELO (Mc 2,1-12)
Il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra.
+ Dal Vangelo secondo Marco

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

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Carissimi,

eccoci oggi a meditare il famoso miracolo di Gesù sul paralitico che venne calato dal tetto, così come ci viene riportato da Marco.
E ora godiamoci anche la lettura dell'Evangelo a riguardo di questo fatto straordinario (e anche un inedito seguito), che avviene nel primo anno della Vita Pubblica di Gesù:
  
 
Maria Valtorta: L'Evangelo come mi è stato rivelato. [64.1-7] - ed. CEV)
  
 
[...]  (Tutto il brano può essere letto nel riquadro qui  fianco.)
Gesù ha finito.
5«Maestro», grida Pietro di fra la calca, «qui vi sono i mala­ti. Due possono attendere che Tu esca, ma questo è pigiato fra la folla e poi... non può più stare. E passare non possiamo. Lo rimando?».
«No. Calatelo dal tetto».
«Dici bene. Lo facciamo subito».
Si sente scalpicciare sul tetto basso dello stanzone che, non essendo vera parte della casa, non ha sopra la terrazza cemen­tata, ma solo un tettuccio di fascine coperte da scaglie simili a lavagna. Non so che pietra fosse. Si forma un'apertura, e a mezzo di corde viene calata la barellina su cui è l'infermo. Vie­ne proprio calata davanti a Gesù. La gente si aggruppa più an­cora per vedere.
«Hai avuto gran fede e con te chi ti ha portato!».
«Oh! Signore! Come non averla in Te?».
«Orbene, Io ti dico: figlio (l'uomo è molto giovane), ti sono rimessi tutti i tuoi peccati».
L'uomo lo guarda piangendo... Forse resta un poco male perché sperava guarire nel corpo.
I farisei e dottori bisbigliano fra loro arricciando naso, fronte e bocca con sdegno.
«Perché mormorate, più ancor nel cuore che sul labbro? Se­condo voi è più facile dire al paralitico: "Ti sono rimessi i tuoi peccati", oppure: "Alzati, prendi il lettuccio e cammina"? Voi pensate che solo Dio può rimettere i peccati. Ma non sapete ri­spondere quale è la più grande cosa, perché costui, perduto in tutto il corpo, ha speso sostanze senza poter essere sanato. Non lo può se non da Dio. Or perché sappiate che tutto Io posso, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha potere sulla carne e sull'anima, sulla Terra e nel Cielo, Io dico a costui: "Alzati. Prendi il tuo letto e cammina. Va' a casa tua e sii santo"».
L'uomo ha una scossa, un grido, si alza in piedi, si getta ai piedi di Gesù, li bacia e carezza, piange e ride e con lui i pa­renti e la folla, che poi si divide per farlo passare come in trionfo e lo segue festante. La folla, non i cinque astiosi che se ne vanno tronfi e duri come pioli.
6Così può entrare la madre col piccino: un bambino ancora lattante, scheletrito. Lo tende, dice solo: «Gesù, Tu li ami que­sti. Lo hai detto. Per questo amore e per tua Madre!...», e pian­ge.
Gesù prende il poppante, proprio moribondo, se lo pone contro il cuore, se lo tiene un momento col visuccio cereo dalle labbruzze violacee e le palpebre già calate, contro la bocca. Un momento lo tiene così... e quando lo stacca dalla sua barba bionda, il visetto è roseo, la bocchina fa un incerto sorriso d'infante, gli occhietti guardano intorno vispi e curiosi, le ma­nine, prima serrate e abbandonate, annaspano fra i capelli e la barba di Gesù, che ride.
«Oh! figlio mio!», grida la mamma beata.
«Prendi, donna. Sii felice e buona».
E la donna prende il rinato e se lo stringe al seno, e il picco­lo reclama subito i suoi diritti di cibo, fruga, apre, trova e pop­pa, poppa, poppa, avido e felice.
Gesù benedice e passa. Va sulla soglia dove è il malato di gran febbre.
«Maestro! Sii buono!».
«E tu pure. Usa la salute nella giustizia». Lo carezza ed esce.
7Torna sulla riva, seguito, preceduto, benedetto da molti che supplicano: «Noi non ti abbiamo udito. Non potevamo entrare. Parla a noi pure».
Gesù fa cenno di sì e, siccome la folla lo stringe sino a soffocarlo, monta sulla barca di Pietro. Non basta. L'assedio è incalzante. «Metti la barca in mare e scostati alquanto».
La visione cessa qui.
 
Anche per questo brano ogni commento è inutile, ma le lacrime sono doverose ogni volta che Gesù guarisce un malato e soprattutto un bambino!
 
La pace sia con voi.

Giovanna
 


 

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10/02/2012

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

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PRIMA LETTURA (Lv 13,1-2.45-46)
Il lebbroso se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento.
Dal libro del Levìtico

  
SECONDA LETTURA (1Cor 10,31-11,1) 
Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

 
VANGELO (Mc 1,40-45) 
La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

 **********************

Carissimi,

la versione valtortiana del Vangelo di domenica prossima è talmente bella non abbisogna di nessun commento.
 Maria Valtorta: L'Evangelo come mi è stato rivelato. [63.1-5] – Ed. CEV
 

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1Con una precisione da fotografia perfetta ho davanti alla vista spirituale, da stamane prima ancor che fosse l'alba, un povero lebbroso.
Questo è veramente un rudere di uomo. Non saprei dire che età ha, tanto è devastato dal male. Scheletrito, seminudo, mo­stra il suo corpo ridotto allo stato di una mummia corrosa, dal­le mani e dai piedi contorti e mancanti di parti, di modo che quelle povere estremità non paiono neppur più di uomo. Le mani, artigliate e contorte, hanno della zampa di qualche mo­stro alato, i piedi paiono quasi zoccoli di bove, tanto sono moz­zi e sfigurati.
La testa poi!... Io credo che uno rimasto insepolto, e che di­venga mummificato dal sole e dal vento, sia simile nel capo a questo capo. Pochi superstiti ciuffetti di capelli, sparsi qua e là, appiccicati alla cute giallastra e crostosa come per polvere seccata su un teschio, occhi appena socchiusi e incavatissimi, labbra e naso sbocconcellati dal male mostrano già le cartila­gini e le gengive, le orecchie sono due embrionali ruderi di pa­diglione, e su tutto è stesa una pelle incartapecorita, gialla co­me certi caolini, sotto la quale bucano le ossa. Pare abbia uffi­cio di tenere radunate queste povere ossa entro il suo lurido sacco, tutto frinzelli di cicatrici o lacerazioni di piaghe putri­de. Una rovina !
Penso proprio ad una Morte che sia vagante per la Terra e ricoperta da una pelle incartapecorita sullo scheletro, avvolta in un lurido manto tutto a brandelli, e avente in mano non la falce, ma un nodoso bastone, certo strappato a qualche albero.
È sulla soglia di una spelonca fuori mano, una vera spelon­ca, tanto diruta che non posso dire se in origine era un sepol­cro, o un capanno per boscaioli, o l'avanzo di qualche casa di­strutta. Guarda verso la via, lontana un cento e più metri dal suo antro, una via maestra polverosa e ancora piena di sole. Nessuno è sulla via. A perdita d'occhio, sole, polvere e solitu­dine sulla via. Molto più su, a nord-ovest, vi deve essere un paese o città. Vedo le prime case. Sarà lontana almeno un chi­lometro.
Il lebbroso guarda e sospira. Poi prende una ciotola sboc­concellata e la riempie ad un rigagnolo. Beve. Si addentra in un groviglio di rovi, dietro all'antro, si curva, strappa al suolo dei radicchi selvatici. Torna al rigagnolo, li monda dalla polve­re più grossa con l'acqua scarsa del rio e se li mangia piano, portandoli a fatica alla bocca con le mani rovinate. Devono es­ser duri come stecchi. Stenta a masticarli e molti li sputa senza poterli inghiottire, nonostante cerchi di aiutarsi bevendo sorsi d'acqua.
2«Dove sei, Abele?», grida una voce.
Il lebbroso si scuote, ha un che sulle labbra che potrebbe es­sere un sorriso. Ma sono così mal ridotte quelle labbra che è informe anche questa larva di sorriso. Risponde con una voce strana, stridula (mi fa pensare al grido di certi pennuti di cui ignoro l'esatto nome): «Qui sono! Non credevo più che tu ve­nissi. Pensavo ti fosse accaduto del male, ero triste... Se mi manchi anche tu, che resta al povero Abele?». Nel dire così, cammina verso la via, finché può secondo la Legge, si vede, perché a mezza distanza si ferma.
Sulla via viene avanti un uomo che quasi corre, tanto va le­sto.
«Ma sei proprio tu, Samuele? Oh! se non sei tu che attendo, chiunque tu sia, non farmi del male!».
«Sono io, Abele, proprio io. E sano. Guarda come corro. So­no in ritardo, lo so. E ne avevo pena per te. Ma quando sa­prai... oh! tu sarai felice. E qui ho non solo i soliti tozzi di pa­ne. Ma una intera pagnotta fresca e buona, tutta per te, e ho anche del buon pesce e un formaggio. Tutto per te. Voglio tu faccia festa, mio povero amico, per prepararti alla festa più grande».
«Ma come sei tanto ricco? Io non capisco...».
«Ora ti dirò».
«E sano. Non sembri più tu!».
3«Senti, dunque. Ho saputo che a Cafarnao era quel Rabbi che è santo, e sono andato...».
«Fermati, fermati! Sono infetto».
«Oh! non importa! Non ho più paura di niente». L'uomo, che non è altro che il povero rattratto guarito e beneficato da Gesù nell'orto della suocera di Pietro, è infatti giunto col suo passo veloce a pochi passi dal lebbroso. Ha parlato camminan­do e ridendo felice. (Segue nel riquadro qui a fianco)
 
Buona lettura e meditazione.
La Pace sia con voi.
Giovanna

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04/02/2012

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

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Colore liturgico: Verde

 PRIMA LETTURA (Gb 7,1-4.6-7)
Notti di affanno mi sono state assegnate.

Dal libro di Giobbe
Giobbe parlò e disse: «L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario,così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate.Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”.La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba.I miei giorni scorrono più veloci d’una spola,svaniscono senza un filo di speranza.Ricòrdati che un soffio è la mia vita:il mio occhio non rivedrà più il bene».
 
SECONDA LETTURA (1Cor 9,16-19.22-23) Guai a me se non annuncio il Vangelo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
 
Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo.Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
 
VANGELO (Mc 1,29-39)  
Guarì molti che erano affetti da varie malattie.
+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
 
 
 
Carissimi,
E ora leggiamo il corrispondente testo valtortiano per quanto riguarda il miracolo fatto da Gesù per guarire la suocera di Pietro. Miracolo che è stato dato per fare un piacere a Pietro poiché i rapporti che intercorrevano fra i due non erano dei migliori e proprio a causa di Gesù!


Maria Valtorta: L'Evangelo come mi è stato rivelato. [60.1-6] – ed. CEV

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1Pietro parla a Gesù. Dice: «Maestro, io ti vorrei pregare di venire nella mia casa. Non ho osato dirlo lo scorso sabato. Ma... vorrei che Tu venissi».
«A Betsaida?».
«No, qui... in casa di mia moglie, la casa natìa, voglio dire».
«Perché questo desiderio, Pietro?».
«Eh!... per molte ragioni... e poi, oggi mi è stato detto che mia suocera è malata. Se Tu volessi guarirla, forse ti...».
«Finisci, Simone».
«Volevo dire... se Tu la avvicinassi, lei finirebbe... sì, in­somma, sai, altro è sentir parlare di uno e altro è vederlo e udirlo, e se quest'uno, poi, guarisce, allora...».
«Allora anche l'astio cade, vuoi dire».
«No, astio no. Ma sai... il paese è diviso in molti pareri, e lei... non sa a chi dare retta. Vieni, Gesù».
«Vengo. Andiamo. Avvertirete quelli che attendono che par­lerò loro dalla tua casa».
2Vanno sino ad una casa bassa, più bassa ancora di quella di Pietro a Betsaida, e ancor più prossima al lago. È separata da questo da una striscia del greto e credo che nelle burrasche le onde vengano a morire contro le mura della casa, che, se è bas­sa, è in compenso molto larga, come fosse abitata da più perso­ne.
Nell'orto, che si apre sul davanti della casa, verso il lago, non vi è che una vite vecchia e nodosa, stesa su una rustica pergola, e un vecchio fico che i venti del lago hanno tutto pie­gato verso la casa. La chioma spettinata della pianta sfiora i muri di essa e bussa contro le impannate delle finestrelle, chiuse a riparo del vivo sole che batte sulla casetta. Non c'è che questo fico e questa vite, e un pozzo basso e dal muretto verdastro.
«Entra, Maestro».
Delle donne sono nella cucina, intente chi a rattoppare le reti e chi a preparare il cibo. Salutano Pietro e poi si inchinano confuse davanti a Gesù e lo sbirciano, intanto, con curiosità.
«La pace sia a questa casa. Come sta la malata?».
«Parla, tu che sei la nuora più vecchia», dicono tre donne ad una che si sta asciugando le mani nel lembo della veste.
«La febbre è forte, molto forte. L'abbiamo mostrata al me­dico, ma dice che è vecchia per guarire e che, quando quel ma­le dalle ossa va al cuore e dà febbre, specie a quell'età, si muo­re. Non mangia più... Io cerco di farle cibi buoni, anche ora, vedi, Simone? Le preparavo quella zuppa che le piaceva tanto. Ho scelto il pesce migliore, preso dai cognati. Ma non credo possa mangiarla. E poi... è così inquieta! Si lamenta, urla, piange, impreca...».
«Abbiate pazienza come vi fosse madre e ne avrete merito da Dio. 3Conducetemi da lei».
«Rabbi... Rabbi... io non so se ti vorrà vedere. Non vuole vedere nessuno. Io non oso dirle: "Ora ti conduco il Rabbi"».
Gesù sorride senza perdere la calma. Si volge a Pietro: «Tocca a te, Simone. Sei uomo e il più vecchio dei generi, mi hai detto. Va'».
Pietro fa una smorfia significativa e ubbidisce. Traversa la cucina, entra in una stanza e, attraverso la porta, chiusa dietro lui, lo sento confabulare con una donna. Mette fuori il capo e una mano, e dice: «Vieni, Maestro. Fa' presto». E aggiunge più piano, appena intelligibilmente: «Prima che cambi idea».
Gesù traversa lesto la cucina e spalanca la porta. Ritto sulla soglia, dice il suo dolce e solenne saluto: «La pace sia con te». Entra, nonostante non gli si sia risposto. Va presso ad un giaci­glio basso su cui è stesa una donnetta tutta grigia, scarna, af­fannante per la forte febbre che le fa rosso il viso consumato.
Gesù si china sul lettuccio, sorride alla vecchietta: «Hai male?».
«Muoio!».
«No. Non muori. Puoi credere che Io ti posso guarire?».
«E perché lo faresti? Non mi conosci».
«Per Simone, che me ne ha pregato, ... e anche per te, per dare tempo alla tua anima di vedere e amare la Luce».
«Simone? Farebbe meglio a... Come mai Simone ha pensato a me?».
«Perché è migliore di quanto tu credi. Io lo conosco e so. Lo conosco e sono lieto di esaudirlo».
«Mi guariresti, allora? Non morirò più?».
«No, donna. Per ora non morrai. Puoi credere in Me?».
«Credo, credo. Mi basta non morire!».
4Gesù sorride ancora. La prende per mano. La mano rugosa e dalle vene gonfie sparisce nella mano giovanile di Gesù, che si raddrizza e prende il suo aspetto di quando fa miracolo e grida: «Sii guarita! Lo voglio! Alzati!» e le lascia andare la mano. Che ricade senza che la vecchia si lamenti, mentre pri­ma, nonostante Gesù gliel'avesse presa con molta delicatezza, l'averla mossa era costato un lamento all'inferma.
Un breve tempo di silenzio. Poi la vecchia esclama forte:
«Oh! Dio dei padri! Ma io non ho più nulla! Ma sono guarita! Venite! Venite!». Accorrono le nuore. «Ma guardate!», dice la vecchia. «Mi muovo e non sento più dolore! E non ho più feb­bre! Sentite come sono fresca. E il cuore non sembra più il martello del fabbro. Ah! non muoio più!». Non una parola per il Signore!
Ma Gesù non se la prende. Dice alla più anziana delle nuo­re: «Vestitela, che si alzi. Lo può fare». E si avvia per uscire.
Simone, mortificato, si volge alla suocera: «II Maestro ti ha guarita. Non gli dici nulla?».
«Certo! Non ci pensavo. Grazie. Che posso fare per dirti grazie?».
«Esser buona, molto buona. Perché l'Eterno fu buono con te. E, se troppo non ti rincresce, lasciami riposare oggi nella tua casa. Ho percorso nella settimana tutti i paesi vicini e sono giunto all'alba di questa mattina. Sono stanco».
«Certo! Certo! Resta pure, se ti piace così». Ma non c'è mol­to entusiasmo nel dirlo.
5Gesù, con Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, va a sedersi nell'orto.
«Maestro!...».
«Pietro mio?».
«Io sono mortificato».
Gesù fa un gesto come dicesse: «Lascia perdere». Poi dice: «Non è la prima e non sarà l'ultima che non sento riconoscen­za immediata. Ma non chiedo riconoscenza. Mi basta dar modo alle anime di salvarsi. Io faccio il mio dovere. A loro fare il lo­ro».
«Ah! ve ne sono stati altri così? Dove?».
«Simone curioso! Ma ti voglio accontentare, nonostante non ami le inutili curiosità. A Nazareth. Ricordi la mamma di Sara? Era molto malata quando giungemmo a Nazareth e ci dis­sero che la bambina piangeva. Per non fare di essa, che è buo­na e mite, un'orfana e domani una figliastra, sono andato a trovare la donna... volevo guarirla... Ma non avevo ancora po­sto piede nella casa che il marito di lei e un fratello mi caccia­rono dicendo: "Via, via! Non vogliamo noie con la sinagoga". Per loro, per troppi sono già un ribelle... L'ho guarita lo stes­so... per i suoi bambini. E a Sara, che era nell'orto, ho detto accarezzandola: "Guarisco tua madre. Va' a casa. Non piange­re più". E la donna è guarita nello stesso momento e la bambi­na glielo ha detto, e anche al padre e allo zio... E fu castigata per aver parlato con Me. Lo so, perché la bambina m'è corsa dietro mentre lasciavo il paese... Ma non importa».
«Io la facevo tornare malata».
«Pietro!». Gesù è severo. «È questo che Io insegno a te e agli altri? Cosa hai sentito sulle mie labbra dalla prima volta che mi hai udito? Di che ho sempre parlato come condizione prima per esser veri miei discepoli?».
«È vero, Maestro. Sono una vera bestia. Perdonami. Ma... non posso sopportare che non ti amino!».
«Oh! Pietro! Vedrai ben altro disamore! Tante sorprese avrai, Pietro! Persone che il mondo cosiddetto "santo" sprezza come pubblicani e che invece saranno al mondo di esempio, e esempio non seguito da coloro che li disprezzano. Pagani che saranno fra i miei più grandi fedeli. Meretrici che tornano pu­re, per volontà e penitenza. Peccatori che si emendano...».
«Senti, che si emendi un peccatore... può essere ancora. Ma una meretrice e un pubblicano!...».
«Tu non lo credi?».
«Io no».
«Sei in errore, Simone. 6Ma ecco tua suocera che viene a noi».
«Maestro... io ti prego di sedere alla mia tavola».
«Grazie, donna. Dio te ne compensi».
Entrano nella cucina e si siedono a tavola, e la vecchia ser­ve gli uomini, con larga distribuzione di pesce in zuppa e arro­stito. «Non ho altro che questo», si scusa. E, per non perderci l'abitudine, dice a Pietro: «Fin troppo fanno i tuoi cognati, soli come sono rimasti da quando tu sei andato a Betsaida! E al­meno fosse servito a far più ricca mia figlia... Ma sento che ben sovente tu sei assente e non peschi».
«Seguo il Maestro. Sono stato con Lui a Gerusalemme e il sabato sto con Lui. Non perdo il tempo in gozzoviglie».
«Ma non guadagni, però. Faresti meglio, già che vuoi fare il servo del Profeta, di trasferirti qui di nuovo. Almeno, quella povera creatura di mia figlia, mentre tu fai il santo, avrà i pa­renti che la sfamano».
«Ma non ti vergogni di parlare così davanti a Lui che ti ha guarita?».
«Io non critico Lui. Lui fa il suo mestiere. Critico te, che fai il fannullone. Tanto, tu non sarai mai un profeta né un sacer­dote. Sei un ignorante e un peccatore, un buono a nulla». «Hai ragione che c'è Lui, se no...».
«Simone, tua suocera ti ha dato un ottimo consiglio. Puoi pescare anche da qua. Pescavi anche prima a Cafarnao, a quel che sento. Puoi tornarci anche ora».
«E abitare qui di nuovo? Ma Maestro, Tu non...».
«Buono, Pietro mio. Se tu sarai qui, sarai sul lago o con Me. Perciò, che ti è essere o non essere in questa casa?». Gesù ha messo la mano sulla spalla di Pietro e pare che la calma di Ge­sù passi nel bollente apostolo.
«Hai ragione. Hai sempre ragione. Lo farò. Ma... e questi?» e accenna Giovanni e Giacomo, suoi soci.
«Non possono venire loro pure?».
«Oh! il padre nostro, e la madre soprattutto, saranno sempre più felici di saperci con Te che con loro. Non faranno ostacolo».
«Forse anche Zebedeo verrà», dice Pietro.
«È più che probabile. E con lui altri. Verremo, Maestro, sen­za fallo verremo». […]
 
 La pace sia con voi.
Giovanna



 

06:22 Scritto da: dio_amore in Religione | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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