IL PECCATO ORIGINALE SPIEGATO DALLA SAPIENZA AI BAMBINI

Carissimi tutti,
riporto una una dolce e tenera spiegazione fatta dalla labbra stesse dell’ Uomo-Dio (e rivolta ai fanciulli del suo tempo terreno), di quello che fu il Peccato Originale.
Non è una favola! E’ una storia vera ed è stata data dalla stessa Sapienza alle menti bambine perché non avessero a scandalizzarsi o a non comprenderla.
Visto che anche noi siamo ancora dei bambini che non vogliamo comprendere questo sempre sconosciuto “Peccato Originale”, ve la propongo in modo che possiate anche usarla con i piccoli che avete intorno!

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“ Ma ora racconteremo una bella parabola ai fanciullini. Venite qui ben vicino». 
I tre bambini vanno tanto vicino che gli si siedono addirittura sulle gambe. Gesù li cinge con le braccia e incomincia a narrare: 

«Un giorno il Signore Iddio disse: “Farò l’uomo, e l’uomo vivrà nel Terrestre Paradiso dove è il gran fiume che poi si di­vide in quattro capi, che sono il Fison, il Geon, l’Eufrate e il Tigri, che scorrono la Terra. E l’uomo sarà felice, avendo tutte le bellezze e bontà del Creato e il mio amore per gaudio del suo spirito”. 

E così fece. Era come se l’uomo fosse su una grande isola, ma ancor più fiorita di questa e con piante di ogni specie e con tutti gli animali. E sopra lui fosse l’amore di Dio a far da sole per l’anima, e la voce di Dio era nei venti, più melodiosa di canto d’uccello. 

Ma ecco che in questa bell’isola fiorita, fra tutte le bestie e le piante, entrò strisciando un serpente diverso da quelli che erano stati creati da Dio e che erano buoni, senza veleno nei denti, senza ferocia nelle spire del corpo flessuoso. Anche que­sto serpente si era vestito della pelle dai colori di gemme che avevano gli altri, anzi si era fatto ancor più bello di questi, tanto che pareva un grande monile di re che andasse guizzan­do fra gli splendidi alberi del Giardino. 

Andò ad attorcigliarsi intorno ad un albero che sorgeva in mezzo al giardino, un al­bero bello, solitario, alto molto più di questo, coperto di foglie e frutti meravigliosi. E il serpente pareva un gioiello intorno al bell’albero, e scintillava al sole, e tutti gli animali lo guardava­no perché nessuno si ricordava di averlo visto creare, né di averlo visto prima di allora. Ma nessuno gli si avvicinava, anzi tutti si allontanavano dall’albero, ora che aveva attorno al fu­sto il serpente. 

Soltanto l’uomo e la donna si avvicinarono là, la donna pri­ma dell’uomo, perché le piaceva quella cosa lucente che brillava al sole e muoveva il capo simile ad un fiore ancor semichiu­so, e ascoltò quello che diceva il serpente, e disubbidì al Signo­re e fece disubbidire Adamo. 

Soltanto dopo avere disubbidito, videro il serpente per ciò che era e compresero il peccato, per­ché ormai avevano perduto l’innocenza del cuore. E si nascosero a Dio che li cercava, e poi mentirono a Dio che li interrogava. 

Allora Dio mise degli angeli a confine del Giardino e cacciò gli uomini da esso. Fu come se gli uomini fossero, dalla riva si­cura dell’Eden, gettati nei fiumi terrestri colmi d’acque come quando vengono le piene di primavera. 

E Dio lasciò però nel cuore degli scacciati il ricordo del loro destino eterno, ossia del passaggio dal bel Giardino, dove sentivano la voce e l’amore di Dio, al Paradiso dove avrebbero goduto di Dio completamente. E col ricordo lasciò lo stimolo santo a risalire verso il luogo perduto con una vita di giustizia. 

Ma, fanciulli miei, voi lo avete provato poco fa che, finché la barca scende seguendo la corrente, è facile il suo cammino, mentre quando risale la corrente fatica a stare a galla, a non esser travolta dall’onda, a non naufragare fra le erbe e le sab­bie o le pietre del fiume. Se Simon Pietro non avesse legato le vostre barchettine con i giunchi sottili della riva, le avreste perdute tutte, così come è accaduto a Isacco per aver lasciato andare il giunco. 

Lo stesso succede degli uomini gettati sulle correnti della Terra. Devono stare sempre nelle mani di Dio, affidando la loro volontà, che è come il giunco, alle mani del buon Padre che è nei Cieli e che è Padre di tutti e specie degli innocenti, e devo­no avere l’occhio vigilante ad evitare le erbe ed i falaschi, le pietre, i mulinelli e il fango che potrebbero trattenere, frantu­mare o inghiottire la barca della loro anima, strappando il filo della volontà che li tiene uniti a Dio. 

Perché il Serpente, che non è più nel Giardino, è ora sulla Terra, e cerca proprio di far naufragare le anime, cerca di non farle risalire, per l’Eufrate, il Tigri, il Geon e il Fison, al Gran Fiume che scorre nel Paradiso eterno e alimenta gli alberi della Vita e Salute, che portano perpetui frutti, di cui godranno tutti coloro che hanno saputo risalire la corrente per riunirsi a Dio e agli angeli suoi senza avere mai più a soffrire di nulla».

 «Lo diceva anche la mamma», dice il più grandicello dei bambini. 
«Sì, lo diceva», cinguetta il più piccolo. 
«Tu non puoi sapere. Io si, perché sono grande. Ma se dici le cose non vere, tu nel Paradiso non ci entri». 
«Il padre però diceva che non era vero niente», obbietta quello di mezzo. 
«Perché lui non credeva nel Signore della mamma».
 «Non era samaritano tuo padre?», chiede Giacomo d’Alfeo. 
«No. Era di altri luoghi. Ma la mamma lo era, e noi lo siamo perché lei ci voleva come lei. E ci raccontava del Paradiso e del Giardino, ma non bene come hai detto Tu. Io avevo paura del serpente e della morte, perché la mamma diceva che uno era il diavolo e perché il padre diceva che la morte finisce tutto. Per questo ero tanto infelice di essere solo, e anche dicevo che è inutile essere buoni ormai, perché, finché c’era la madre e il padre, si dava gioia a essere buoni, ma ora non c’era più nessu­no da far godere con le nostre bontà. Invece ora so… E sarò buono. Non leverò mai il mio filo dalle mani di Dio per non es­sere portato via dalle acque della Terra».
 «Ma la mamma è andata in su o in giù?», chiede con per­plessità il secondo fanciullo. 
«Che vuoi dire, fanciullo?», chiede Matteo. 
«Dico: dove è? É andata al fiume del Paradiso eterno?». 
«Speriamolo, fanciullo. Se era buona…». 
«Era samaritana…», dice con sprezzo l’Iscariota. 
«E allora non c’è Paradiso per noi, perché si è samaritani? Allora non avremo Dio, noi? Lui lo ha chiamato: “Padre di tut­ti”. A me orfano piaceva pensare che ho un Padre ancora… Ma se per noi non c’è…», china il capo afflitto.
 «Dio è il Padre di tutti, fanciullo mio. Ti ho forse amato meno Io, perché sei samaritano? Ti ho conteso ai ladroni, e ti contenderò al demonio, nello stesso modo con cui contenderei il piccolo figlio del Sommo Sacerdote del Tempio di Gerusa­lemme, se egli non riputasse obbrobrio che il Salvatore salvas­se la sua creatura. Anzi, più ancora contendo te, perché sei so­lo e infelice. Non c’è differenza per Me fra lo spirito di un giu­deo e quello di un samaritano. E fra poco non ci sarà più divi­sione fra Samaria e Giudea, perché il Messia avrà un unico po­polo, che porterà il suo Nome e nel quale saranno tutti quelli che lo ameranno».
 «Io ti amo, Signore. Ma mi porti dalla mia mamma?», dice il più grande dei tre fanciulli. 
«Tu non sai dove è. Lo ha detto quell’uomo lì, che è solo da sperare…», dice il secondogenito. 
«Io non lo so, ma il Signore lo sa. Ha saputo anche dove eravamo noi, e noi invece non sappiamo neppure dove erava­mo». 
«Coi ladroni… Ci volevano ammazzare…». 
Il terrore torna sul visetto del secondogenito. 
«I ladroni erano come i demoni. Ma Lui ci ha salvati, per­ché i nostri angeli lo hanno chiamato». 
«Anche la mamma l’hanno salvata gli angeli. Io lo so, per­ché me la sogno sempre». 
«Tu sei bugiardo, Isacco. Non puoi sognarla. Non la ricordi». 
Il piccolino piange dicendo: «No. No. Io la sogno. La sogno io…». 
«Non dire bugiardo al tuo fratello, Ruben. La sua anima può ben vedere la mamma, perché il buon Padre dei Cieli può concedere che l’orfanello la sogni e la conosca parzialmente, così come concede di conoscere Lui stesso. Perché da questa conoscenza limitata venga una buona volontà di conoscerlo perfettamente, cosa che si ottiene con l’essere sempre molto buoni. E ora andiamo. Abbiamo parlato di Dio, e il sabato si è santificato».

  (Fonte: Maria Valtorta, L’Evangelo come mi è stato rivelato,  cap. 554, ed. CEV)

 
 
La pace sia con voi.
Giovanna

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